domenica 1 aprile 2018

L’observatrice française


- Intervista a Marcelle Padovani

Marcelle, quando e perché hai deciso di diventare giornalista?

Ho esitato molto perché volevo fare la Professoressa di filosofia, poi facendo scienze politiche ho capito che quello che mi interessava di più erano la riflessione sul quotidiano e i problemi dello Stato. La mia tesi l’ho fatta con Raymond Aron.

La tua tesi di laurea è stata importante per la sua formazione?

Certamente: l’ho scelta io, non me l’ha imposta Aron ed era importante dal punto di vista dello Stato, della sinistra e dei miei due paesi (Italia e Francia). La sinistra italiana e quella francese sono molto diverse. All’epoca il PCF era un disastro e invece, dall’altra parte delle Alpi, c’era un PCI intelligente, che gestiva la cosa pubblica, che si era fatto Stato e che rispettava le libertà e la democrazia. Dunque è questo quello che ho raccontato.

Come sei passata dalla politica interna francese a quella interna italiana?

Dopo la mia tesi, c’era stato l’autunno caldo. Alcuni mi hanno detto: “ma perché non vai a vedere cosa succede in Italia?” Così nel ‘72-‘73 hanno cominciato a mandarmi come inviata speciale (nel frattempo avevo incontrato Bruno Trentin). Quando sono arrivata qui, quello che mi ha stupito del giornalismo italiano era il gusto della polemica e il “disprezzo” per l’informazione. In molti articoli italiani devi arrivare fino alla fine per capire eventualmente il motivo dell’articolo stesso.

I francesi sono interessati al giornalismo estero?

Sono interessati molto alla stampa anglosassone, perché il modello rimane quello. A volte sai, quando mando un pezzo, mi dicono: “ma il NYT ha detto che …” “Può darsi che l’abbia detto, ma io con la mia inchiesta dico dell’altro!”

Anche in Francia i settimanali stanno scomparendo?

Stanno calando. C’è stato un periodo in cui il mio settimanale perdeva diecimila abbonati al mese. Siamo scesi da cinquecentotrenta mila a trecentomila … Noi siamo il primo settimanale (forse Le Point resterà, ma l’express scomparirà). Alla fine però sono tutti condannati.

E la soluzione potrebbe essere il finanziamento pubblico?

Non è questo che ti fa vendere un giornale … Potrebbe compensare la caduta della pubblicità, ma non basta …

Giornalisti si nasce o si diventa?

Secondo me si nasce. A me a volte chiedono: “ma tu fai la giornalista?” “No, io sono giornalista.” È un’identità.

Quando venisti in Italia negli anni Settanta, cosa ti aspettavi di trovare?

Mi aspettavo di trovare prima di tutto una lezione per la sinistra francese: questo era il mio obiettivo, l’idea di far capire ai francesi che non si poteva avere un Partito Comunista come quello. Su questo punto sono stata soddisfatta.

Cos’è cambiato del mondo del giornalismo da quando eri ragazza?

Il modo di fare giornalismo è cambiato sia nel bene che nel male. Nel bene perché abbiamo allargato gli orizzonti; nel male perché siamo sempre più concentrati sul gossip e sulle persone, piuttosto che sulle idee e sui reportage. Il giornalismo non ha più l’incidenza di una volta sul cittadino. C’est la vie!