sabato 21 aprile 2018

Una città al crocevia tra esuli e speranze


Lugano a cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta: tra passato e attuali riflessioni, la Fondazione Spitzer e l’Istituto di Studi Italiani dell’USI hanno dato luce a “Lugano al crocevia: esuli, speranze e idee”, una giornata di studio – dalle 10 alle 16 di ieri – all’interno del progetto “Lugano Città Aperta” (inaugurato il 26 gennaio scorso in occasione della Giornata della Memoria). L’intento è quello di assumere una prospettiva di ricerca (storica e culturale) non solo a livello ticinese, ma anche nazionale; così come la memoria dell’Olocausto e delle persecuzioni razziali, politiche, religiose, etniche. “Lugano al crocevia: esuli, speranze e idee” è l’ultima giornata di preparazione culturale prima dell’inaugurazione del Giardino dei Giusti al Parco Ciani di Lugano, che si terrà giovedì 26 aprile alle 17. Dall’intervento mattutino del ricercatore Marino Viganò della fondazione Trivulzio di Milano, fino a Sara Garau – dell’ISI – che ha parlato del Ticino e i profughi italiani nelle pagine culturali d’Oltralpe, passando per Orelli, Bianconi, Contini, Valeri, ricordando che, dall’8 settembre ‘43 non arrivavano più pubblicazioni dalla frontiera italiana. Uno sguardo ostacolato dal regime fascista dunque, ma una concreta attenzione verso la penisola da parte del Ticino e della Svizzera interna. Al pomeriggio l’intervento di Elisa Signori (USI) e le memorie dei luoghi luganesi antifascisti (dalla Camera di commercio all’edificio del “Retrobottega” in Via Lucchini, allo studio Foce), che – come ha detto Sonia Castro dell’Università di Pavia – sono stati edifici dove si radunavano chi coloro i quali “contrastavano la propaganda antifascista proveniente dall’Italia.” A concludere il ciclo di conferenze, la tavola rotonda, con il professor Renato Martinoni, Carlo Piccardi, Fabio Pusterla. E dunque un crocevia di idee, pensieri, culture … Crocevia: un luogo dove la gente viene e va, arriva e fugge; e forse si rincontra: il fil rouge che è intercorso nelle conferenze si è focalizzato sull’accoglienza ticinese durante le persecuzioni di quasi ottant’anni fa, dove a farla da padrone era il crescendo di discriminazione e violenza non solo nella Germania di Hitler, ma in quasi tutta l’(indifferente) Europa che veniva cannibalizzata – e neppure lentamente – dal Terzo Reich: dalle leggi speciali per la protezione dei caratteri ereditari del luglio 1933 fino alla Conferenza di Wannsee del marzo 1942, dove sul grazioso laghetto alle porte di Berlino viene macchinata la Soluzione Finale. La Svizzera – perla più o meno lucente ed indipendente in una conchiglia di oscurità circostante quale era l’Europa di allora – si distingue – non senza eterne polemiche – come terra di accoglienza; specialmente il Ticino. Ticino che aveva già iniziato ad accogliere diversi richiedenti asilo già prima della concretizzazione del dramma: i più famosi, tra gli altri, ci sono Paul Klee, Thomas Mann, Stefan Zweig (che già nel ‘37 lasciò l’Austria per Castagnola) e Bertolt Brecht, il quale – oltre che essere rifugiato per breve tempo a Carona – è ancora oggi spesso citato erroneamente come autore della poesia del pastore Martin Niemöller, dal ‘34: “Quando vennero per gli ebrei e i neri, distolsi gli occhi / Quando vennero per gli scrittori e i pensatori e i radicali e i dimostranti, distolsi gli occhi / Quando vennero per gli omosessuali, per le minoranze, gli utopisti, i ballerini, distolsi gli occhi / E poi quando vennero per me mi voltai e mi guardai intorno, non era rimasto più nessuno ...” Qualcuno però è rimasto: basti pensare proprio alla preziosa testimonianza di Federica Spitzer, sorprendente anche alla luce della vicinanza e del legame intenso con il nostro Cantone e la nostra realtà.