lunedì 1 gennaio 2018

Una radio dal mondo


- Intervista a Roberto Zichittella -

Roberto, ripercorriamo la tua carriera giornalistica.

Ho studiato Scienze Politiche a Milano e all’Istituto per la Formazione di Giornalismo che dava la possibilità di fare uno stage estivo presso una testata: ho trascorso un mese presso L’Unità e poi sono approdato a Famiglia Cristiana.

Erano gli anni Ottanta: com’erano i settimanali all’epoca?

Avevano un ruolo molto più importante rispetto ad oggi. Non c’era l’online e quindi quotidiani e settimanali avevano larga diffusione: tante pagine e pubblicità. Panorama, L’Espresso, Famiglia Cristiana, L’Europeo, la Domenica del Corriere, Epoca … Oggi, alcuni settimanali vanno bene e quindi c’è ancora il gusto della lettura, ma il settimanale generalista tenderà a scomparire: avranno più fortuna quelli specializzati.

Cosa può dare una laurea ad un istituto per il giornalismo?

A me ha dato la possibilità di fare l’esame di Stato e poi il praticantato.

Le scuole sono idonee per formare dei giornalisti?

Sì, ma questo è un mestiere che s’impara soprattutto sul campo o nelle redazioni. È però importante avere una solida preparazione anche dal punto di vista giuridico, storico, economico. È un mestiere in cui conta molto la vocazione.

Come si svolge la preparazione di una puntata di Radio3Mondo?

Non andare troppo tardi a letto la sera prima, sveglia alle quattro e mezza, un’occhiata al tablet per avere un’overview generale, una buona colazione. Arrivo in RAI intorno alle cinque e mezza ed inizio a guardare i siti. Poi stampo le notizie interessanti, sottolineo l’essenziale e scendo in studio. Alle 6:50 si parte!

La radio potrà sopravvivere ai social network, visto che è ritenuto il medium più adattabile?

Molti dicevano “video killed the radio star!” Mi sembra che la radio stia godendo di buona salute: gli ascolti sono buoni, i podcasts vanno molto, sono anche nate le web radio …

Come vedi il fenomeno del citizen journalism?

Se è fatto bene da persone preparate che si documentano e che non cercano polemiche inutili è positivo. Se fatto bene può essere un aiuto e uno scambio fondamentale.

Come ci si prepara per delle corrispondenze estere?

Prima di Internet era tutto più faticoso: bisognava avere contatti, numeri di telefono, conoscere la realtà locale e la geopolitica locale. Quando si fa un reportage bisogna lasciarsi sorprendere. Quindi non si deve partire con idee troppo fisse: da incontri imprevisti possono nascere delle belle storie.

Quando ritorni a casa da un reportage, quali sono le sensazioni?

A casa si trova sempre volentieri e con eccitazione; con tante storie e la preoccupazione di saper raccontarle al meglio.

C’è qualcosa che ti spaventa della tua professione?

Il futuro sarà difficile per la carta stampata. In Italia vedere una persona con un giornale sta diventando come vedere un panda: un evento molto raro.

Chi è – se c’è – l’inviato o corrispondente al quale ti sei anche ispirato?

Ho sempre ammirato Bernardo Valli. Mi piace il suo mix tra giornalismo d’inchiesta, racconto e analisi: un giornalista di grande coraggio.

Amedeo Gasparini