lunedì 1 gennaio 2018

Guardare all’allievo innanzitutto come persona



- Intervista a Manuele Bertoli -

Signor Bertoli, la figura del professore al liceo o all’università è una figura che sarà sostituibile?

È una figura che mi pare molto difficilmente sostituibile: per carità, anche molti illustri del passato hanno avuto accesso al sapere come autodidatti e credo che l’istruzione senza professori la si possa anche immaginare, ma è difficile oggi pensare a una scuola di qualità priva di professori. A che pro poi rinunciarvi? Francamente, non capisco perché bisognerebbe rinunciare a una figura che non solo trasmette conoscenza, ma anche metodo, amore per la conoscenza e interesse per le discipline che tratta. Quella del professore è una professione che va ben al di là della semplice trasmissione funzionale del sapere.

Quali sono le capacità in più che dovrebbero avere i professori di oggi?

Evidentemente il professore deve essere una persona che sa di cosa parla, per cui dal profilo disciplinare deve essere solido. Poi dev’essere un pedagogo e avere gli strumenti necessari a lavorare sulla trasmissione della conoscenza: un conto è insegnare qualcosa, un altro conto è essere in grado di trasmettere un certo sapere in maniera efficace e interessante per chi deve apprendere. Il professore deve essere qualcuno che va al di là della sua stretta funzione, che guarda all’allievo come a una persona che può avere dei problemi, dei momenti di alto e basso, delle distrazioni. Sono molti gli aspetti che possono interferire con il processo di apprendimento: questo il docente lo deve sapere e considerare.

Se il professore non è per lei sostituibile, quali sono, sarebbero e saranno i sistemi per valorizzare al meglio lo studente al di là del suo profitto meramente scolastico?

Vede, noi stiamo portando avanti un progetto – “La scuola che verrà” – che ha al suo interno l’idea di una personalizzazione dell’apprendimento. L’idea è che gli allievi devono essere presi uno per uno, va considerata la loro specificità e bisogna capire quali sono le strategie più consone per portarli il più lontano possibile nel percorso di apprendimento e della conoscenza. In questo processo le strategie possono essere di vario tipo: la pedagogia offre diverse piste interessanti, tra cui l’apprendimento mediante la pratica e non solo tramite gli aspetti teorici.

Come ricorda lei i suoi tempi universitari? Era “ribelle”?

Ho frequentato la Facoltà di diritto a Ginevra, uno studio piuttosto impegnativo. È stato un bel periodo. Con alcuni professori era piacevole stare a lezione, con altri meno. Anche sui corsi meno interessanti non c’era una dimensione di contestazione, perché la discussione politica avveniva piuttosto fuori dall’università.

Come è stato – da non vedente – affrontare i suoi studi?

Io ho una malattia genetica che mi ha fatto perdere la vista man mano. Ho fatto la scuola dell’obbligo normalmente, all’epoca vedevo e leggevo, magari con un po’ di difficoltà, ma in quel periodo non ci sono stati problemi. Poi, quando ho iniziato l’università ho iniziato a far fatica a leggere (tanto è vero che ho finito in quattro anni e non in tre). Allora usavo le fotocopie ingrandite, ma ero lento nella lettura. Dovevo ricordarmi le cose e facevo dei riassunti con le cassette audio. Proprio alla fine del mio percorso universitario sono arrivati i macrolettori, dei televisori sui quali il testo veniva ingrandito e riprodotto sullo schermo. Infine arrivarono anche i computer parlanti, fatto che per me fu provvidenziale, visto che dovevo passare dallo studio al lavoro. Sono stato fortunato, perché se fossi nato sei o sette anni prima avrei dovuto confrontarmi con un “buco temporale” tra la fine degli studi e la disponibilità dei mezzi ausiliari per lavorare.

Quindi il messaggio è anche che, al di là della scuola e dei professori più o meno bravi, con la forza di volontà si arriva.

Sì, può essere più facile o più difficile, ma alla fine, insistendo e mettendoci impegno, un modo lo si trova.