venerdì 28 dicembre 2018

2018: una volta, tanto tempo fa


Cento anni fa, l’8 gennaio 1918, Woodrow Wilson firmava i famosi Quattordici punti per la ricostruzione di un nuovo progetto di Pace, in vista di un Dopoguerra annunciato. Dopo l’accordo a Brest Litovsk tra Russia e imperi centrali, la Prima Guerra mondiale terminò l’11 novembre, con la disfatta prima e lo smantellamento poi la Quadruplice Alleanza.

Ottant’anni fa, il 13 settembre del ‘38 sembrava essere tornati indietro nel tempo, sull’orlo di una nuova catastrofe, con le leggi razziali adottate del regime di Benito Mussolini sul balcone triestino e il “diritto” all’invasione tedesca nella regione dei Sudeti – per “proteggere” i connazionali ariani – ottenuto da Adolf Hitler nella conferenza di Monaco, inutile nell’impedire la violenza della Notte dei Cristalli del 9-10 novembre.

mercoledì 19 dicembre 2018

1948: l’anno delle fake news nella politica

Il 1948 è stato un anno essenziale per l’informazione e non solo: il momento storico in cui l’ordine mondiale riprese forma dopo la deformazione fisica della guerra e quella fluida della propaganda, allietata dalle apparenti sirene – in realtà autentici mostri, di destra e di sinistra – che predicavano anche sui mezzi di comunicazione (la radio su tutti), il nazionalismo assoggettatore di popoli, persone, culture, civiltà e idee; il contrario, tra l’altro, di quel “sovranismo” – o “somarismo” – cieco e grezzo, tanto auspicato anche ottant’anni fa. Con la nascita delle nuove nazioni che a grappoli conquistarono l’indipendenza dagli imperi multiformi a partire dal ‘48 in poi e la rinascita delle nazioni che si erano combattute ed erano spinte dall’esasperata spirale – recessiva, in fondo – dello sciovinismo, a riprendere forma è anche il mondo mediatico, asciugato almeno – all’inizio – dalle miopie belliche. E se in tempo di guerra strumenti come la radio e le lettere sono stati i vettori d’importanti messaggi (stimoli all’azione e complotti, ma anche conforto), la macro area entro la quale essi erano e sono circoscritti – il modo mediatico – di certo non è stato al riparo da manipolazioni in tempo di pace (o meglio: in tempo di non guerra mondiale). Manifesti, media sonori, flussi di parole, gocce d’informazione e, per arrivare a oggi, Internet: tutto condito dalla retorica più o meno aggressiva del dibattito politico, che dei media ha sempre avuto bisogno per veicolare se stesso. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’uso della “mediaticità” radiofonica stessa, dei manifesti e dei giornali avrebbe potuto rinascere (e così, in parte, è stato). A settant’anni esatti dall’anno che ha scosso la comunicazione, bisognerebbe fare un bilancio di cosa abbiamo in eredità da quel 1948, quando l’esplosione del suono e delle parole iniziava a fare effetto nelle orecchie e nelle bocche – ma specialmente nel cervello – dei sempre più milioni di fruitori, che silenti prestavano i sensi ai flussi comunicativi.

mercoledì 12 dicembre 2018

Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per Paolo Nespoli


«For here am I sitting in a tin can. Far above the world. Planet Earth is blue. And there’s nothing I can do» così cantava David Bowie nel 1969, quando, con le melodie di Space Oddity, siglava un classico intramontabile nella Storia della musica del secondo Novecento. Paolo Nespoli quel piccolo shuttle di metallo lo conosce molto bene: nel suo caso, si chiama ISS (acronimo di International Space Station) e il pianeta blu lo guarda e lo fotografa dall’alto. Sì, perché oltre che un ingegnere, un militare e un sognatore, Nespoli – che ha riscosso un successo “bulgaro” ieri sera all’Auditorio dell’Università della Svizzera Italiana, per cui molti stavano appollaiati sugli scalini – è un fotografo curioso. Sulla stazione spaziale ha scattato mezzo milione di foto: da un’alba che ci mette sette secondi a issarsi, ai cinque continenti che si alternano agli occhi dell’astronauta sulla coffa trasparente dell’ISS, fino al tramonto.

Il dominio di Mc & Sub

Secondo DailyInfografics.eu la catena di fast food McDondald’s domina l’Europa: tra tutti gli hamburgerifici, i produttori di patatine fritte, anelli di cipolla, croccanti striscette di bacon, panini e paninazzi da prendere al volo, magari tra un meeting – diciamolo all’inglese che fa più chic – e l’altro, il colosso con le due gobbe color senape chiara è di gran lunga il più presente sul suolo del Vecchio Continente. Il primo, per punti vendita in quasi tutta Europa. Secondo Statista, nel 2016 in Svezia c’erano 21.2 punti Mc ogni milione di persone, in Austria il 22.3, in Francia il 21.2, in Svizzera il 19.7, nelle isole britanniche il 19.2, in Germania il 17.8, in Olanda il 14.6, fino al 10.8 in Spagna, il 10.1 in Polonia, il 9.1 in Italia. A non avere McDonald’s in cima alla lista dei fast food più presenti sul proprio suolo, troviamo – paradossalmente – il mondo anglosassone, che si distanzia dall’invasione rosso-gialla in Europa. Gran Bretagna, Irlanda, Islanda – ma anche Lussemburgo, Finlandia e Russia – preferiscono un altro tipo di panino: quelli di Subway, il cui logo, non a caso, è di colore verde, tinta che rappresenta e richiama a natura e fortuna.

«Ciò che non è non vero»


- Intervista a Enrico Marra -

Un percorso non canonico per un giornalista … 

Ho iniziato a lavorare a Roma per le televisioni estere come montatore: se non hai studiato prima e ti approcci al giornalismo allora devi studiare dopo, ho seguito i corsi ed ho fatto gli esami all’Ordine dei Giornalisti italiani.
Come sei arrivato alla RSI?

Era il settembre 2001: in quei giorni ho parlato con un socio di una produzione tv che faceva e fa tutt’ora da service per la RSI a Roma e da lì ho iniziato a fare il tirocinio come tecnico.

Cara dieta dimagrante, arrivederci all’anno prossimo



Notte di Natale. Insieme ai passi di Santa Claus, leggeri sul parquet, sentiamo ancora il frenetico tamburellare del cinghialone nel nostro stomaco: l’animale che ci siamo gustosamente pappati qualche ora prima a tavola con i parenti (-serpenti, per citare altra fauna), e ora ridotto ad una poltiglia liquida avvolta dai succhi gastrici del nostro stomaco, presenta il conto durante la notte.

venerdì 7 dicembre 2018

Tra fantascienza e creazionismo: l’intelligenza artificiale nelle nostre vite


Sono sotto attacco da oramai quasi tre secoli, quelle macchine artificiali – efficace creazione del genio umano – che fondono meccanica con elettricità, sensori e marchingegni in un armonioso sferragliare di chip che compiono azioni intelligenti. L’avversione verso quell’approccio che sostituisce la manovalanza umana all’azione macchinosa di un robot è sempre stata sotto attacco e oggi ha un nome ben preciso: intelligenza artificiale, abile sostitutrice di molte delle nostre attività, semplificatrice di vita. L’antenato del suo massimo esempio – il robot – era il telaio meccanico, strumento che quando si affermo nelle società occidentali ha “goduto” delle devastanti attenzioni operaistiche del Luddismo, da Ned Ludd, che, secondo la leggenda che va avanti da trecento anni, avrebbe distrutto negli anni settanta del Settecento proprio un telaio in segno di protesta. «A cosa servo io, se oramai questa macchina fa il mio lavoro?» Dev’essere questo il pensiero che ha animato le aspre contese sull’utilità o meno delle nuove tecnologie che via a via si sono affermate nella Storia e hanno scandito le rispettive epoche. Ma Se Ludd – operaio molto probabilmente fantomatico – non è mai esistito, robot, droni, macchine intelligenti, non solo mettono a rischio diversi milioni di posti di lavoro, ma sono tra noi e stanno entrando – più o meno lentamente – nelle nostre vite. Ci fanno la spesa, ci aiutano con l’ordinazione al ristorante, caricano merci, ci ascoltano a comando in casa. Semplicemente, “fanno cose”; suppliscono alla nostra pigrizia momentanea e sono (e saranno sempre di più) la più idonea soluzione per un mondo migliore (ottenibile solo quando efficacia si fonderà con efficienza). E quindi, tra critiche e stereotipi sull’intelligenza artificiale (AI), tra l’elogio e la lode della medesima, un polo dinamico, vivo e creativo – giovane, in fin dei conti – come quello dell’Università della Svizzera Italiana, ha ospitato ieri sera l’incontro L’intelligenza artificiale, le professioni di domani e il mondo che verrà, organizzata dal Circolo Liberale di Cultura Carlo Battaglini.

domenica 2 dicembre 2018

Maggie, Alitalia e Telecom: liberismo e statalismo a confronto


Stato o Impresa? Pubblico o privato? Nazionalizzare o privatizzare? Sono questi i temi urgenti e scottanti – presenti sulla piazza del dibattito politico-economico – toccati da Rico Maggi, professore all’Università della Svizzera Italiana, Gianni Dragoni, caporedattore de Il Sole 24 Ore e Lino Terlizzi, editorialista del Corriere del Ticino, moderati da Danilo Taino del Corriere della Sera che ha introdotto e condotto la lunga serata del 30 novembre presso l’ateneo di Lugano nell’ambito della conferenza “Stato-privato”, organizzata da L’universo, con il supporto di Credit Suisse.

giovedì 22 novembre 2018

La fragilità del percorso di Susanna Tamaro

Sold out per Susanna Tamaro all’USI di Lugano, nella sala legnosa dell’Auditorium, dove – attraverso le domande di Ferruccio de Bortoli – nel tardo pomeriggio di martedì 20 – la nota scrittrice italiana ha presentato il suo ultimo libro Il tuo sguardo illumina il mondo. «È la prima volta che Susanna Tamaro presenta in Ticino un suo libro: un piccolo onore per il nostro Cantone», esordisce nei doverosi saluti di casa il Direttore del Corriere del Ticino – organizzatore dell’evento – Fabio Pontiggia.

mercoledì 21 novembre 2018

Paolo Gentiloni: il sobrio impopulismo e l’urgente ripartenza


Tra i tanti eventi presentati a Milano durante la quattro giorni di BookCity 2018, non so quanti ospiti possano godere della presenza, al tavolo d’onore come relatori, del Presidente dell’INPS Tito Boeri, del Sindaco della città meneghina Giuseppe Sala e della Vicedirettrice del Corriere della Sera Barbara Stefanelli. Sala piena a Palazzo Clerici per la presentazione di La sfida impopulista (Rizzoli) dell’ex Premier Paolo Gentiloni, domenica 18 novembre 2018. Un libro con uno stile tutto suo: non solo perché l’ha veramente scritto l’autore – cosa rara per i libri dei politici e gli instant book sotto Natale – ma perché rispecchia le due grandi e recenti esperienze dell’ex Primo Ministro italiano: il Ministero degli Esteri sotto il Governo di Matteo Renzi e la successione a quest’ultimo a Palazzo Chigi. Il tutto con un tono sobrio, educato e pacato. Insomma: alla Gentiloni.

martedì 20 novembre 2018

La voce soppressa e dimenticata dei cristiani in Siria


Non usa mezzi termini Gian Micalessin, da oltre trent’anni reporter di guerra, oggi penna – tra le diverse collaborazioni – de il Giornale: quello che sta avvenendo in Siria da un lustro abbondante nei confronti delle popolazioni cristiane sotto il regime di Bashar al-Assad è un tradimento. Tradimento da parte di chi? Chi ha abbandonato, ignorato e quindi sacrificato le popolazioni cristiane – circa il dodici per cento della popolazione siriana – sull’altare di un destino segnato? L’Occidente: quel continente dal Portogallo all’Anatolia, con gli Stati Uniti come “allegato” e attore rilevante nelle guerre mediorientali, dove – boots on the ground – il paese a stelle e strisce intreccia il fioretto con le scimitarre turche e le sciabole russe, su territori che si specchiano nel Mediterraneo e nell’entroterra verso l’India. Iran, Siria, Iraq, Afghanistan: zone delicate, dove le popolazioni cristiane – assoluta minoranza – sono state dimenticate.

venerdì 16 novembre 2018

Mario Cervi: quel cremasco gentile e battagliero


Tre anni fa se ne andava uno degli ultimi signori del giornalismo, quella professione profondamente novecentesca e della quale il protagonista di questo ricordo scritto è stato illustre esemplare di classe. Mario Cervi si è spento a Milano il 17 novembre del 2015, all’età di novantaquattro anni. Un esempio di coerenza, pacatezza, mitezza, limpidezza, grazia e umiltà: doti essenziali – specialmente l’ultima – per chiunque voglia tentare di fare il suo mestiere (e in troppi vorrebbero farlo e non dovrebbero; e in troppi lo fanno – male – e non dovrebbero). Le querele che ha ricevuto in quasi tre quarti di secolo di giornalismo si contano sulle dita di una mano, la sua cultura era sterminata (un archivio, un’enciclopedia umana: e non c’era Internet che aiutava la materia grigia).

mercoledì 14 novembre 2018

Come un mal d’Africa


«Una sola cosa allora volevo: tornare in Africa», affermò lo scrittore americano Ernest Hemingway; «L’Africa mi toccò l’animo già durante il volo: di lassù pareva un antico letto d’umanità», frase di Saul Bellow; «L’Africa è un pensiero, un’emozione, quasi una preghiera: lo sono i suoi silenzi infiniti; i suoi tramonti; quel suo cielo che sembra molto più vicino del nostro, perché si vede di più, perché le sue stelle e la sua luna sono più limpide, nitide, pulite: brillano di più», diceva la bellissima attrice italiana Claudia Cardinale. La sua estremità più a Nord si bagna nel Mar Mediterraneo (autentico gioiello d’acqua che ha partorito la civiltà umana d’Occidente); quella più a Sud è distante – letteralmente – un mare di chilometri dalla terra dei pinguini.

La carta costa: il futuro del giornale


Sono sempre più rari i lettori del quotidiano cartaceo, ma lo zoccolo duro di chi compra quel grande foglio grigiastro e volentieri s’inzacchera le dita d’inchiostro, è quasi esclusivamente un pubblico di anziani, legato all’analogico, alla staticità del giornale ricavato dagli alberi. Da quel fascicoletto con tanti colori che costa di anno in anno qualche centesimo di più, si traevano tutte le notizie per essere un cittadino a tutto tondo: informato, preparato. Allora i giornali si leggevano. E si capivano. Sono lontani i momenti in cui il borghesotto sul tram spalancava il giornale come fossero ali di cormorano, davanti ai suoi occhi curiosi. Quella tela in bianco e nero che necessitava l’eccessiva apertura degli avambracci, disturbando i passeggeri alla sua destra o alla sua sinistra.

AIL: ancora sulla strada per un futuro al risparmio


«Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare», così diceva Andy Warhol del nostro pianeta. Scultore, regista, pittore: chi non ha in mente le scatole di latta dei pomodori Campbell’s, dipinti in trentadue esemplari nella tela cinquanta per quaranta centimetri? Quei pomodori che oggi tutti vogliono ancora più bio, ancora più green (si noti l’involontario ossimoro), ancora più eco-friendly. Sì, perché il “bio” è diventato una mania, legata a doppio filo alla sostenibilità. E quando si parla di sostenibilità, energia e servizi alla persona – derivanti dalla celebrata terra di Warhol – in Ticino viene in mente immediatamente il colosso siglato in lettere nere.

Il confronto Stato-privato tra Svizzera e Italia


Il dibattito sulle privatizzazioni e nazionalizzazioni ha origini antiche: non esiste una soluzione giusta, perché a seminare ancora più discordia nell’aspra contesa tra pubblico e privato s’inseriscono anche le peculiarità culturali di ogni paese. Privatizzare o nazionalizzare? Un servizio nelle mani dell’impresa privata (destinata per forza di cose al lucro) oppure in quelle dello Stato (che, nelle sue prerogative, non ha quelle di fare pareggio)?

domenica 11 novembre 2018

L’undicesima ora compie un secolo


L’undicesima ora, dell’undicesimo giorno, dell’undicesimo mese. L’11 novembre 1918 a Compiègne la Germania firma la pace con gli Alleati. Cento anni fa finiva la Prima Guerra Mondiale.
 

Ricordiamola attraverso le parole di Giuseppe Ungaretti.

domenica 4 novembre 2018

I cento anni della tragedia sul fronte occidentale

11 novembre 1918: domenica prossima saranno passati cento anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale. Cento anni fa l’Europa alzava le braccia: esausta, ferita, devastata dal dolore e dallo strazio dei suoi caduti. Il raccolto decimato, l’economia a picco, le infrastrutture inagibili, le famiglie distrutte. La Germania (a cui, improvvidamente nel Trattato di Versailles del 1919 verranno addebitate tutte le colpe del quadriennio di sangue) firma allo stremo l’armistizio imposto dagli alleati a Compiègne, nell’Alta Francia il 7 novembre con effettiva entrata in vigore alle 11:00 di quattro giorni dopo.

mercoledì 31 ottobre 2018

Silvio Napoli: metà monaco e metà guerriero

Se l’ascensore sociale si è bloccato da anni, quello della Schindler funziona eccome: la sua ascesa continua in gloria. Nella gloria del fatturato, ma non solo. Ieri sera, tra aneddoti passati e progetti futuri, all’USI di Lugano Lino Terlizzi ha intervistato il Presidente del CdA di Schindler Group, Silvio Napoli, il primo manager in quell’incarico a non essere membro della storica famiglia. «L’ascensore non è un tema che suscita molto entusiasmo» esordisce scherzosamente Terlizzi davanti ad un colmo Auditorium. Ascensori, ma anche scale mobili: per Schindler, autentica eccellenza elvetica – diamante pregiato ticinese – mobilità è core business. Fondata nel 1874 (stessa data di nascita della Piaget, altro marchio di garanzia e pregio), l’azienda si spalma sull’arco di tre secoli, servendo su per giù – è il caso di dirlo – l’intero pianeta.

giovedì 25 ottobre 2018

La cultura umanistica come antidoto al presentismo scolastico


C’era una volta la scuola del futuro: no, non si tratta di un ossimoro. Non solo perché certe volte, per come è gestito, il sistema scolastico non sembra preparare adeguatamente al futuro – dimostrandone gli aspetti più farraginosi e manzonianamente ottocenteschi ed arcaici – ma anche perché senza dubbio necessita in molti paesi europei modifiche importanti. La domanda è in che direzione: verso il futuro o verso il passato? Il ritorno alla scuola scritta in corsivo del Franscini o a quella scritta con la “q” dei pinocchieschi giovani d’oggi? C’era una volta la scuola del futuro – titolo che contrappone l’esordio fiabesco con la prosa fantascientifica – è anche il titolo della conferenza che ha visto ieri sera Ernesto Galli della Loggia – professore universitario, giornalista e celebre editorialista del Corriere della Sera –, Gerardo Rigozzi – già Direttore di liceo e del Sistema Bibliotecario Ticinese (SBT) – e Morena Ferrari Gamba – Presidente del Circolo di Cultura Liberale Carlo Battaglini – discutere e dibattere animatamente su scuola e dintorni, tra democrazia e Storia.

mercoledì 24 ottobre 2018

Quei 52 miliardi rubati ai cittadini


CumEx. Non si è parlato molto in questi anni – e a queste latitudini – degli scambi azionari che hanno come solo ed unico scopo quello di ricevere un indebito “rimborso” delle tasse da parte dello Stato. Sì, è lo Stato che “paga” le tasse ai suoi cittadini (più disonesti).

Quando un normale dividendo viene distribuito agli azionisti, lo Stato ne trattiene una parte a titolo di imposta preventiva; gli azionisti possono poi richiederne indietro gran parte, per evitare una doppia imposizione. In sostanza, al momento della cessione dell’azione all’acquirente, la medesima figurava (con un articolato sistema di “prestito di azioni” e l’intervento di molteplici “manine”) essere posseduta non solo da uno, ma da molteplici azionisti, i quali, una volta giunto il momento di chiedere il rimborso all’Erario, si presentano tutti come detentori del medesimo titolo. In sostanza, chiedevano in tanti di poter riscuotere il rimborso di tasse pagate da uno solo. Il tutto a carico dello Stato germanico, quindi delle imposte pagate dai cittadini tedeschi. Sì, tedeschi, perché lo scandalo CumEx esplode in Germania lungo il corso dello scorso decennio ed è costato al paese circa trenta miliardi di Euro. Un cambio legislativo ha poi messo fuori legge questa macchinazione estremamente nociva per le finanze dello Stato. Ma il problema dei CumEx è tutt’altro che risolto e ha intaccato almeno altri dieci paesi, fra cui le maggiori economie dell’area Euro. Un’investigazione giornalistica ha infatti rivelato che complessivamente la truffa è stata di 52.5 miliardi di Euro per le casse degli stati europei (tre quinti dei quali dallo Stato tedesco) … La più grande truffa nella Storia d’Europa, perpetrata da banchieri, investitori e avvocati; autentici saccheggiatori di miliardi.

mercoledì 17 ottobre 2018

La vita per i diritti


Le sei giornate del Festival dei diritti umani a Lugano – da martedì 9 si sono susseguiti una trentina di proiezioni su questo tema – si sono concluse con un ospite d’eccezione, domenica 14 ottobre al Villa Castagnola: Laura Boldrini, già Presidente della Camera dei Deputati nella XVII Legislatura e da sempre attiva per i diritti di donne, minori, migranti e non solo. Dopo un breve elogio alla stampa svizzera – “che ha un particolare occhio di riguardo nei confronti della politica estera” a differenza di quella italiana in cui “c’è pochissimo spazio e poca riflessione” – Boldrini si è espressa a tutto campo nelle tematiche più scottanti e controverse che l’hanno trovata anche protagonista da quando ha intrapreso la carriera politica: da Trump a Salvini, dall’aborto ai migranti, dall’odio dei social ai “diritti delle donne”. “Il diritto d’asilo” spiega l’Onorevole, “è un diritto fondativo, presente su tutte le carte e che hanno dato la direzione dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.”

Brand e ricchezza


Ricchi. Anzi: ricchissimi. Con i loro prodotti hanno cambiato una generazione: hanno travolto il secondo Novecento, prendendo in tempo il treno del successo e avendo al momento giusto l’intuizione giusta. Molti di loro la ricchezza l’hanno ereditata; molti di loro, sono solo i figli (alcuni i nipoti) del “genio” che ha ideato il brand e lo portano avanti in un mercato sempre più globalizzato, tendente alle fusioni tra imprese per non soccombere e chiudere i battenti (dura lex sed lex). Gli iniziatori (e rispettivamente i continuatori) si adattano al mondo che cambia e adattano il loro brand alle esigenze del cliente. 

Un americano a Roma


- Intervista a Francis Rocca


Signor Rocca, come e quando ha deciso di diventare giornalista?

Stavo facendo un dottorato in Storia negli Stati Uniti: all’epoca ero molto interessato al giornalismo. Iniziai a scrivere delle recensioni di libri ed in seguito sono diventato redattore a Washington.

La digitalizzazione come un rifugio e un’opportunità


Incontro con Eleonora Benecchi, professoressa di Culture Digitali all’USI, autrice, coinvolta in progetti di ricerca a cavallo tra CH e Italia, tra digitale, fandom, giovani e digitalizzazione.

Possiamo dire ufficialmente che si è affermata una cultura digitale tra gli studenti?

Dai dati sappiamo che nel 2018 il cinquantatré percento delle persone sta su Internet. In Svizzera ci sono dei dati importanti di connessione alla rete, ma anche di dotazione di strumenti: nelle case degli svizzeri c’è almeno un computer con una connessione, una copertura veramente ampia. Se poi passiamo alla generazione dei giovani, le ricerche che conduciamo assieme all’istituto di psicologia applicata di Zurigo ci raccontano che ad oggi il novantanove percento dei giovani svizzeri è dotato di uno smartphone con connessione. Il che vuol dire che anche in mobilità siamo iperconnessi. Il novantaquattro percento dei ragazzi sta almeno su un sito di social networking o un social media. Dopodiché, bisogna capire come vengono usate queste connessioni: il fatto di avere a disposizione una tecnologia non necessariamente fa sì che questa venga utilizzata tutti i giorni. Dal 2010 ad oggi, in Svizzera i ragazzi non hanno diminuito il tempo passato in disconnessione dai media, il che vuol dire che la connessione alla rete ha “mangiato” il tempo che era dedicato ad altri media.

giovedì 4 ottobre 2018

Premitati gli studenti che collaborano con L’universo


Prima fila da sinistra: Amedeo Gasparini, Federica Serrao, Luca Calderara, Michela Clavuot, Boas Erez, Gabriela Cotti Musio, David Anzalone. Seconda fila da sinistra: Antonio Paolillo, Giancarlo Dillena, Alessandro Benedetti

I retroscena di una classe politica in crisi

Articolo di Mirko Formenti

mercoledì 19 settembre 2018

Come è grande un minuto!


Un minuto può essere un’eternità. E quello che succede in un minuto può cambiare l’intero corso di uno o più eventi. In un minuto, secondo Focus (2017) – per quello che riguarda gli esseri umani in senso stretto – centootto persone e circa 7.10 per dieci alla diciassettesima di cellule umane muoiono, ma duecentocinquanta bambini nascono, centoquarantaquattro persone cambiano casa e circa centoventi si sposano.

Articoli e reportage


 - Intervista a Chiara Sambuchi

Chiara, come e quando hai deciso di diventare giornalista?

Ho studiato filosofia a Bologna e poi a Berlino con una borsa di studio per la tesi. Berlino era una città molto diversa da quella di oggi. Era una città piccola, grigia, economica, ma anche piena di possibilità: all’epoca stava diventando capitale e la tv italiana stava per aprire un ufficio là. Sicché decisi di fare domanda per uno stage. Da lì in poi feci altre esperienze, altri stage e poi iniziai a lavorare per svariate emittenti tedesche.

Botega Caffè premia il campione


L’universo si rinnova sempre: la scorsa stagione ci siamo digitalizzati sul web con un nuovo sito (più dinamico, e adattabile alle esigenze di un mondo di corsa). Quest’anno un’altra novità in vista: come stimolo ai nostri redattori premieremo l’articolo che risulterà più letto nella rete. Non una coppa d’oro, ma un semplice gesto che sappia instaurare non solo la “fame fisica”, ma anche quella dell’ambizione del redattore/della redattrice.

La carrozza sul burrone


Una posizione di prestigio: quella privilegiata coffa (e ponte di comando) dell’ammiraglia del mare mediatico-giornalistico italiano; sempre in preda alla spietata burrasca del Belpaese che non trova pace. Luciano Fontana, Direttore del Corriere della Sera, sarà a Lugano mercoledì 3 ottobre 2018 alle 18:00, presso l’Aula A11 dell’Università della Svizzera Italiana a presentare il suo nuovo libro “Un paese senza leader”: più che un titolo, la diagnosi dello stivale zoppo, tra sfaldamento di partiti ed erosione della classe dirigente.

Giovani e meno giovani: quello che conta è la volontà

Bachelor in Science in Informatics (2012-2015) e Master in Science of Informatics (2015-2017) presso l’USI, pratica uno stage di tre mesi nel 2014 presso Exmachina srl e un secondo dal 2015 al 2017 presso l’USI, per poi passare a BITS partner SA. Una carriera ingegneristica, ma non solo: nella vita di Jesper Findahl, computers e softwares non sono stati sempre il pane quotidiano.

Jesper, cosa ti ha portato qui a Lugano?

Sono nato in Svezia e a tredici anni mi sono trasferito in Norvegia, dove ho finito il liceo. Poi sono ritornato in Svezia, dove ho iniziato a studiare la tromba (studio che ho portato avanti per circa cinque anni, quando poi ho scoperto di aver sviluppato un’allergia per il metallo dello strumento). Ho quindi cercato di risolvere il problema, ma non ci sono riuscito … Da lì ho deciso di dedicarmi ad altro: sono stato in un centro di meditazione e agricoltura (dove, come volontario, ho aiutato a supportare la comunità locale). Anni dopo ho incontrato mia moglie – che è italiana – ed insieme abbiamo deciso di venire a Lugano. Volevo studiare informatica (il Bachelor che poi ho conseguito non era il mio primo approccio con la materia). Dopo tre anni di informatica – in inglese – ho fatto anche il Master qui all’USI. Da gennaio 2018 sto lavorando presso CodeLounge (parte del Software Institute dell’USI), un centro di ricerca e sviluppo per software, dove – appunto – sono R&D software engineer.

Il senso della novità


“Ci si sappia servire della novità: finché si riesce nuovi, si è stimati. La novità piace a tutti, perché costituisce un cambiamento. Il gusto ne riceve diletto.” Baltasar Gracián era un gesuita e filosofo spagnolo. Famoso per El Criticòn (comparabile alla celebre opera di Cervantes) usava un linguaggio breve, ma ricco di significato: a volte ironico e del tutto personale. Il suo punto di riferimento era l’uomo (prigioniero di una selva oscura che deve trovare la Sua luce nell’oscurità), mentre quello di Indro Montanelli era il lettore. In una lectio presso l’università di Torino nel 1997, Cilindro disse agli studenti interessati al giornalismo: “Chi di voi vorrà fare questo mestiere, si ricordi di scegliere il proprio padrone, il lettore. Si metta al suo servizio e parli la sua lingua, non quella dell’accademia. Porti la cultura dell’accademia alla comprensione.”

lunedì 3 settembre 2018

I quasi mille giorni di un giornalista in mano ai pirati somali


977 giorni sono lunghi, soprattutto se li si trascorre prigionieri dei pirati somali. “All’inizio i miei rapitori chiesero venti milioni per il mio rilascio”: esordisce così Michael Scott Moore, giornalista americano catturato nel Corno d’Africa dai pirati somali nel 2012 e liberato soltanto nel settembre 2014, periodo trascorso su una barca, tra mare e deserto. Alla libreria Politics and Prose di Washington DC, Moore, sorridente e felice di narrare la sua storia, racconta – sotto il profilo umano prima che quello giornalistico – la sua esperienza di ostaggio, avventura raccolta anche nel suo nuovo libro The Desert and the Sea, uscito lo scorso luglio.

lunedì 20 agosto 2018

Working with data

In occasione del mio soggiorno bimestrale nella capitale del giornalismo, Washington DC, nell'estate 2018 ho avuto la possibilità di toccare con mano un tipo di fare informazione poco usato in Europa: quello fatto attraverso i dati. I dati sono un'evidenza ben precisa, inconfutabile, non smentibile: inchiodano la bugia e cercano di arginarla. Espongono a viso aperto la cialtroneria del propinatore della bufala e lo lasciano disarmato: quale strumento migliore se non l'inconfutabilità e l'oggettività dei dati nell'epoca dove l'opinione arbitraria vuole prevalere su di essi?

martedì 14 agosto 2018

Sean Spicer e il suo briefing con il pubblico


National Press Building di Washington DC, tredicesimo piano, Associazione Nazionale della stampa. Appesi ai muri, le foto dei grandi giornalisti americani, a cominciare da Bob Woodward e Carl Bernstein, ma anche personalità del mondo dello spettacolo, della politica (incredibile come le due cose possano intersecarsi), dello sport, della musica e, ovviamente, del giornalismo. E poi una foto di Donald Trump, datata 27 maggio 2014: “A great place. Best wishes” e poi la firma, simile più ad un sismogramma, che ad un autografo. Nessuno poteva immaginare che, due anni e qualche giorno dopo la sua visita al Palazzo della stampa (quest’ultima, oggetto di particolare attenzione da parte di Trump, e viceversa) l’allora palazzinaro newyorkese avrebbe annunciato al mondo la sua discesa nell’arena politica. A supportarlo sin dall’inizio, il fido Sean Spicer. Quarantasei anni, residente ad Alexandria (alle porte della capitale), sposato, di origini irlandesi, fermamente cattolico, negli anni Novanta lavora fianco a fianco con esponenti repubblicani. Negli anni Duemila approda sulla scena nazionale, sino ai vertici della comunicazione di partito: Spicer è stato Direttore della Comunicazione del Comitato Nazionale Repubblicano dal 2011 al 2017 e chief strategist dal 2015 al 2017. Il 22 dicembre 2016 viene scelto dal Presidente Trump come Press Secretary della Casa Bianca.

PRESENTAZIONE “The Briefing” di Sean Spicer - 13.08.2018, Washington DC

Relatori: Sean Spicer, Andrea Edney

giovedì 24 maggio 2018

“TheyToo”: le storie dimenticate dal conformismo hollywoodiano


Quasi nessuno ha mai pensato a Laura – cassiera in un supermercato di periferia, divorziata, con due figli piccoli e genitori anziani a cui badare – che per un leggero scatto salariale subisce attenzioni fisiche dal caporeparto; così come Anna, casalinga di mezza età spesso picchiata dal marito; oppure, ancora, Maria, segretaria vilipesa, costretta dal potente datore di lavoro a praticare del sesso con lui per paura di essere licenziata. Chi ha mai difeso Laura, Anna e Maria?

Collettivismo turistico stereotipato: arrivano “i cinesi”

La mandria mandorlata, orde di cinesi: sì, noi (giacobinica Sacra Rota europea) non ci curiamo di distinguere più di tanto tra gli asiatici … Li categorizziamo come naturali appartenenti alla terra dei panda e del PCC; ciurme che spalancano i recinti degli Urali e si riversano in Europa, “turisteggiando” in folte comitive dalle tracce ben visibili. I capelli color pece-corvo-cormorano (tagliati secondo le stravaganti usanze dei fumetti nipponici), la mascherina del medico per non diffondere il respiro infetto, la carnagione color del fior di latte e, i più folkloristici – ma il più delle volte per motivi prettamente cutanei – con l’ombrellino parasole (esclusivo e di pizzo, se raffinato e curato; prefabbricato e di plastica color Stabilo Boss se destinato alla massa).

martedì 1 maggio 2018

Nell'entusiasmo di un giovane prete

- Intervista a Emanuele Di Marco -

Storia di una bugia


Pentagon Papers: documenti t(r)op secret del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, inerenti alla guerra del Vietnam e alle relative strategie militari. Portati a galla nel ‘71, in essi erano presenti anche le più profonde e controverse motivazioni che hanno spinto gli Stati Uniti non solo a dare battaglia nel sud est asiatico dopo le insurrezioni filo-comuniste, ma anche a continuare una guerra – durata poco più vent’anni: la prima sconfitta dell’aquila – che molti davano già perduta in partenza. Una ferita ancora oggi aperta nei patrioti statunitensi, un solco indelebile nella storia del paese a stelle e strisce. I Papers – settemila pagine raccolte dal ‘45 al ‘67, correlate alle amministrazioni Truman, Eisenhower, Kennedy, Johnson, fino alla tormentata di Nixon – hanno giocato un ruolo essenziale nel fortificare l’opinione pubblica di allora contro la guerra in Vietnam: innumerevoli le proteste e le manifestazioni sul suolo americano contro quella guerra, lontana dalla madre patria e impressa nella memoria dei combattenti che, rientrati in America, hanno dovuto affrontare gravi traumi, risolti parzialmente da fior di psichiatri. Non era abbastanza continuare una guerra contro le potenze capeggiate fino al ‘69 da Ho Chi Minh: quello che più è rimasto impresso nelle menti degli americani è la sistematica bugia dei governi in merito alla guerra stessa. Dopo un intenso travaglio interiore, il giovane Daniel Ellsberg – laureato ad Harvard, “geniaccio del Pentagono”, analista della difesa – dopo una conversione sulla via di Saigon, cominciò a fotocopiare clandestinamente, tramite una lentissima XEROX, quelli che poi si sarebbero chiamati, appunto, “Pentagon Papers” (l’archivio era stato commissionato da Robert McNamara – Segretario alla Difesa, in seguito Presidente della Banca Mondiale – con l’intento di lasciare ai posteri dei documenti storici). Documenti protetti dal segreto di stato; ceduti due anni dopo, nel ‘71, al New York Times (Assange, Manning, Snowden docent: erano e restano tanti gli interrogativi etico-morali sul furto di carte segrete). Il quotidiano dell’ottava strada pubblicò il 13 giugno una parte dei documenti a firma di Neil Sheehan e ricevette, vista la profanazione del sancta sanctorum dei segreti americani, un’ingiunzione dal tribunale. Ingiunzione che non fermò i concorrenti del Washington Post – la cui storica editrice, Katharine Graham, era amica di McNamara – che pubblicò parte dei Papers, sfidando ulteriormente l’amministrazione Nixon, sotto attacco per le rivelazioni dei documenti, che mettevano nero su bianco i rapporti – nascosti per decenni – su di una guerra moralmente ingiustificabile e per certi versi “incostituzionale”. Dopo l’appello del NYT alla Corte Suprema, questa si pronunciò a favore della libertà di stampa: la fuga di notizie aveva quindi una sorta di base e giustificazione legale. Di lì a poco sarebbe cominciato lo scandalo Watergate: giornalisticamente parlando, un altro esempio di “credere, (dis)obbedire e combattere.”

Giornalista per caso


 - Intervista a Francesco Semprini - 

Francesco, tu sei corrispondente di guerra: immagino che tu conosca Biloslavo e Micalessin?!

E come no! Con loro ho fatto un sacco di cose: loro sono stati i miei formatori di guerra. Loro sono bravissimi: i più grandi corrispondenti di guerra che ci sono in Italia. Sono entrambi del Giornale.

sabato 21 aprile 2018

Una città al crocevia tra esuli e speranze


Lugano a cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta: tra passato e attuali riflessioni, la Fondazione Spitzer e l’Istituto di Studi Italiani dell’USI hanno dato luce a “Lugano al crocevia: esuli, speranze e idee”, una giornata di studio – dalle 10 alle 16 di ieri – all’interno del progetto “Lugano Città Aperta” (inaugurato il 26 gennaio scorso in occasione della Giornata della Memoria). L’intento è quello di assumere una prospettiva di ricerca (storica e culturale) non solo a livello ticinese, ma anche nazionale; così come la memoria dell’Olocausto e delle persecuzioni razziali, politiche, religiose, etniche. “Lugano al crocevia: esuli, speranze e idee” è l’ultima giornata di preparazione culturale prima dell’inaugurazione del Giardino dei Giusti al Parco Ciani di Lugano, che si terrà giovedì 26 aprile alle 17. Dall’intervento mattutino del ricercatore Marino Viganò della fondazione Trivulzio di Milano, fino a Sara Garau – dell’ISI – che ha parlato del Ticino e i profughi italiani nelle pagine culturali d’Oltralpe, passando per Orelli, Bianconi, Contini, Valeri, ricordando che, dall’8 settembre ‘43 non arrivavano più pubblicazioni dalla frontiera italiana. Uno sguardo ostacolato dal regime fascista dunque, ma una concreta attenzione verso la penisola da parte del Ticino e della Svizzera interna. Al pomeriggio l’intervento di Elisa Signori (USI) e le memorie dei luoghi luganesi antifascisti (dalla Camera di commercio all’edificio del “Retrobottega” in Via Lucchini, allo studio Foce), che – come ha detto Sonia Castro dell’Università di Pavia – sono stati edifici dove si radunavano chi coloro i quali “contrastavano la propaganda antifascista proveniente dall’Italia.” A concludere il ciclo di conferenze, la tavola rotonda, con il professor Renato Martinoni, Carlo Piccardi, Fabio Pusterla. E dunque un crocevia di idee, pensieri, culture … Crocevia: un luogo dove la gente viene e va, arriva e fugge; e forse si rincontra: il fil rouge che è intercorso nelle conferenze si è focalizzato sull’accoglienza ticinese durante le persecuzioni di quasi ottant’anni fa, dove a farla da padrone era il crescendo di discriminazione e violenza non solo nella Germania di Hitler, ma in quasi tutta l’(indifferente) Europa che veniva cannibalizzata – e neppure lentamente – dal Terzo Reich: dalle leggi speciali per la protezione dei caratteri ereditari del luglio 1933 fino alla Conferenza di Wannsee del marzo 1942, dove sul grazioso laghetto alle porte di Berlino viene macchinata la Soluzione Finale. La Svizzera – perla più o meno lucente ed indipendente in una conchiglia di oscurità circostante quale era l’Europa di allora – si distingue – non senza eterne polemiche – come terra di accoglienza; specialmente il Ticino. Ticino che aveva già iniziato ad accogliere diversi richiedenti asilo già prima della concretizzazione del dramma: i più famosi, tra gli altri, ci sono Paul Klee, Thomas Mann, Stefan Zweig (che già nel ‘37 lasciò l’Austria per Castagnola) e Bertolt Brecht, il quale – oltre che essere rifugiato per breve tempo a Carona – è ancora oggi spesso citato erroneamente come autore della poesia del pastore Martin Niemöller, dal ‘34: “Quando vennero per gli ebrei e i neri, distolsi gli occhi / Quando vennero per gli scrittori e i pensatori e i radicali e i dimostranti, distolsi gli occhi / Quando vennero per gli omosessuali, per le minoranze, gli utopisti, i ballerini, distolsi gli occhi / E poi quando vennero per me mi voltai e mi guardai intorno, non era rimasto più nessuno ...” Qualcuno però è rimasto: basti pensare proprio alla preziosa testimonianza di Federica Spitzer, sorprendente anche alla luce della vicinanza e del legame intenso con il nostro Cantone e la nostra realtà.