venerdì 1 dicembre 2017

Omissioni, distorsioni, manipolazioni


- Intervista a Giuseppe Sarcina -

Giuseppe, quando hai deciso di venire negli USA?

È stata una decisione della Direzione del giornale. Ho accettato perché ero già stato diverse volte negli USA facendo delle sostituzioni di Massimo Gaggi e quindi queste trasferte e periodi di lavoro mi hanno incuriosito.

Qual è l’opinione che si ha negli USA della stampa europea?

Non hanno una grande opinione, ma non ce n’è una grande conoscenza e neppure una grande attenzione. Poi tutto quello che succede in Europa è presente in un piccolissimo spicchio culturale a New York, Washington e le grandi città. Per noi europei, venire negli USA è un viaggio complementare alla nostra cultura. Io seguo la politica, la politica estera e l’economia: gli USA offrono una visione più globale dei problemi, perché sono sempre e comunque dentro alle principali questioni internazionali. Una delle sorprese dell’esperienza statunitense è che, alla fine, non ho trovato la politica americana molto diversa da quella europea o italiana.

Cosa ne pensi del paywall?

Credo sia necessario arrivare ad una misura per ricavare dalle informazioni via Internet. Non so se questa è una forma corretta, ma se non si riesce a retribuire chi fa informazione in maniera professionale, l’informazione prima o poi è destinata a sparire. Stiamo parlando di notizie nel vero senso della parola: fatti controllati, verificati, certificati; quindi non impressioni, suggestioni o testimonianze. Che pure sono importanti: i video fatti dai cittadini in questo paese sono stati fondamentali in tanti avvenimenti.

I giornali sanno sfruttare bene le capacità dei giornalisti all’estero rientrati in patria?

Dipende dalle direzioni. Il problema è che oggi i giornali devono confrontarsi con i costi e nei costi ci sono anche le trasferte. Quando il corrispondente o l’inviato entra o rientra nello staff di un giornale, la prima cosa che vuole fare è andare in giro.

Come cureresti il fenomeno delle fake news?

Secondo Gallup, il tasso di gradimento dell’opinione pubblica nei confronti dei giornali negli USA è al ventitré per cento, ventidue la televisione. Peggio di questi due c’è solo il Parlamento che arriva al nove-dieci per cento. C’è un clima di sfiducia generale. Molte delle cosiddette “fake news” non sono fake news, ma sono delle notizie che vengono strumentalizzate e trasformate in fake news. Le fake news vere e proprie (cioè le bufale) possono nascere principalmente dalla rete oppure ci sono siti che, più che fake news, pubblicano delle omissioni, delle distorsioni, delle manipolazioni.

E cosa ti manca di più dell’Italia all’estero?

La cosa che ho trovato negli USA che non mi aspettavo è la rigidità nelle relazioni: un’assoluta mancanza di flessibilità. È una peculiarità americana: loro ritengono che sia un punto di stima, di eccellenza, di vantaggio, però lo è se è accompagnata da un’efficienza reale.

E degli USA in Italia cosa ti mancherebbe?

Paradossalmente un po’ più di ordine non sarebbe male … E poi, ma questo soprattutto sulle due coste, questo grande senso di libertà che hai. Qui respiri a pieni polmoni il senso della libertà: è bellissimo. Ti senti veramente libero in questo paese.

Torneresti alla tua gioventù, per fare il giornalista?

Tornerei volentieri nella mia gioventù, non solo per rifare il giornalista. La mia generazione è una generazione che ha attraversato una frontiera tecnologica. Se mi chiedi se era meglio fare il giornalista quando c’era al massimo il computer e non i social, c’erano copie e si stava bene, ti direi egoisticamente di sì. Però è chiaro che questo discorso non regge, perché siamo solo all’inizio di una rivoluzione che sarà formidabile.

Giuseppe, cosa consiglieresti di fare ad un ragazzo che desidera fare il tuo mestiere?

Imparare le basi del mestiere che sono comunque le stesse, qualunque strumento si utilizzerà. Dare anche ascolto ai vecchi. Poi buttarsi con grande coraggio, con grande apatura, con grande passione.