venerdì 1 dicembre 2017

Il naufrago della rete, i fatti e la curiosità



Nell’universo delle fake news e delle contraffazioni di notizie il ciarlatano vive e prolifera. Ed è forse la pesantissima inflazione di informazione che crea la cattiva informazione, esaltando la falsità. Che, come il fumo che penetra in ogni fessura, s’insinua come una viscida biscia nel sano dibattito democratico, non consentendo (o meglio, sminuendo e togliendo valore ad) un’informazione corretta. L’informazione corretta, d’altra parte, si basa sui fatti. Oggi, paradossalmente, i fatti ci stupiscono perché possono essere ancora più assurdi in quanto ancora più amplificati. E se i fatti sono collegati a doppio filo con la verità, il problema sorge quando questo collegamento viene reciso o ingarbugliato. Non esiste ancora l’astruso algoritmo della verità, un ente superiore artificiale che stabilisce – anzi, impone – un’incontrovertibile esattezza. Il fenomeno delle fake news (notizie inventate, false, tediose, distorte, manipolate) è recentemente tornato di moda, ma la fake news in sé non nasce oggi, dal momento che il falso storico è piuttosto presente ed assimilato nella nostra cultura. Lo storico francese Marc Bloch trova un’origine quasi sociologica delle cosiddette fake news: “Le notizie false della storia nascono […] da osservazioni individuali inesatte o da testimonianze imperfette […]”. La percezione diventa quindi leggenda, fino a diventare – appunto – una mera finzione.

Finzione, che Roberto Burioni chiamerebbe La congiura dei somari, titolo del suo ultimo libro dove c’è particolare attenzione al ciuco, l’asino che – testardo – insiste ad avere ragione, fa il tuttologo, si auto-conferisce la parola e la sapienza. Il problema non sorge quando il somaro raglia: il problema, è quando lo stesso si coalizza, fino – appunto – ad una congiura. Il problema è quando il somaro raglia più forte dei fatti e dei mezzi d’informazione affidabili e controllati, trasformandosi alle orecchie del (disattento?) fruitore mediale in un piacevole canto che lo soddisfa e lo sazia. E il somaro, che sa già tutto, non legge. Non ne ha bisogno: si presta al titolone (distorto e clamoroso), ma in quanto ad approfondimenti o lettura dei paragrafi seguenti, nulla. Lo stesso Ivan Pavlov – sì, l’etologo russo dell’esperimento sui cani, che al rapido gesto d’imperio del padrone, scattano verso l’obiettivo indicato – sosteneva che non basta solo registrare all’interno della propria mente i fatti, ma bisogna cercare di penetrare nel mistero della loro origine. E questo fa capire che non esiste altra cura contro le distorsioni, le manipolazioni, le violenze sulla verità, le fake news, quanto essere accesi da una perpetua e autentica curiosità: la voglia di non accontentarsi.

Forse però oggi abbiamo smesso di essere critici. Forse, da padroni, siamo diventati noi i mansueti cagnolini pavloviani, che scattiamo ad ogni comando, ad ogni notizia, anche la più assurda. Forse, come scrive Ferruccio de Bortoli in Poteri Forti (o quasi) ci siamo trasformati più in “sudditi che cittadini. E forse per questo interessati non alla verità dei fatti bensì soltanto alla loro verosimiglianza. Ansiosi di condividere, non di accettare […] A maggior ragione, oggi che le informazioni sono […] a portata di mano, è necessario indagare, confrontare, analizzare […]” perché “l’utente della rete […] avrà sempre di più bisogno di selezionare massa informe di notizie e immagini a sua disposizione per non essere un naufrago ingenuo e manipolabile.” E se quindi ci facciamo imbambolare prima dalla suprema, sovrastante, debordante e massiva mole di informazione e poi dalla scarsa qualità della stessa, vuol dire che – seppure inconsciamente – abbiamo perso la battaglia per ristabilire una verità legata ai fatti (“il mondo è fatto difatti, non di cose”, come diceva Wittgenstein). E la verità è figlia dell’incessante ricerca. E ricerca vuol dire non arrendersi. Mai.