mercoledì 1 novembre 2017

Il giornalismo come professione ancora più attuale e ancora più urgente


- Intervista a Marco Valsania -

Dottor Valsania: come e quando ha deciso di venire negli USA?

È stata una conseguenza della volontà di fare il giornalista, cioè di provare a trasformare in lavoro quello che mi appassionava: la scrittura e gli eventi politico-eco-sociali con tagli internazionali. Finita la Scuola di Giornalismo di Milano, la mia intenzione era quella di lavorare all’estero e coprire le notizie internazionali: avevo vinto una borsa di studio al Dallas Morning News. In seguito vidi se potevo restare e prolungare la cosa come freelance: si creò un’opportunità di lavorare per Sole (nel 1991) e nel ‘97 fui assunto come giornalista in pianta stabile. La stampa americana ha standard molto elevati, una tradizione di check sul potere, un atteggiamento tendenzialmente antagonistico e critico nei confronti del potere. Quindi avere questo esempio sotto gli occhi è positivo e istruttivo. La cura che viene prestata agli articoli, alle fonti, alla veridicità è importante nel giornalismo americano.

Com’è raccontare l’America all’Europa?

La società americana ha molte contraddizioni, ma molta vitalità e tendenza al cambiamento. Questo offre molti spunti di riflessione e approfondimento per cercare di capire ciò che succede. Con l’Europa ci sono cose comuni: l’invecchiamento della popolazione, i problemi dei servizi sociali, la distribuzione della ricchezza, la diseguaglianza, le immigrazioni. Essere qui, dove questi fenomeni cominciano prima, può essere interessante da raccontare a un pubblico europeo per aiutare il dibattito sulle sfide di tutti.

In Giappone quaranta milioni su centotrenta milioni di persone leggono dei quotidiani. Inoltre, sempre in Giappone, ci sono le edizioni serali dei giornali: gli americani sono affezionati alla carta?

Un po’ come dappertutto: sempre meno. Le nuove generazioni tendono a privilegiare l’informazione virtuale, online, i social e questo è un problema comune a tutti. Il come integrare cartaceo e digitale e come sviluppare un modello economico sostenibile per cui si facciano abbastanza revenues dal digitale resta una sfida anche qua.

Meno lettori e meno pubblicità. Qual è la sua ricetta per ovviare a queste due sfide?

Non ho una ricetta, ma i grandi giornali americani stanno puntando sempre di più suoi lettori e sempre meno sulla pubblicità. Il mondo pubblicitario è stato alterato dall’avvento del digitale e del social network. Oggi la pubblicità digitale è quella che cresce di più, ma tale crescita per il novanta per cento va a finire su Facebook e Google. Il nuovo modello è puntare sempre di più sul lettore, offrire prodotti di qualità che il lettore vuole comprare. I giornali dovranno essere prodotti di garanzia, di qualità, di serietà e d’informazione necessaria per vivere e lavorare.

Come s’immagina il mondo dei giornali negli USA tra una decina d’anni?

Non me lo immagino molto diverso da quello di adesso. Credo che nel mondo ci sarà ancora un ruolo per la stampa cartacea, un ruolo per il prodotto digitali sempre più integrati. Non lo vedo profondamente cambiato. Al di là del mito del mezzo che potrà ancora cambiare, il contenuto resta la radice di quello che una società editorial-giornalistica offre e fornisce: quel valore di fondo resterà.

La preoccupano i social networks e i fenomeni di citizen journalism autonomo?

Non è che mi preoccupa di per sé la cosa, ma allo stesso tempo crea dei problemi. Il giornalismo è una professione particolare e strutturata, indipendente dalle peculiarità del singolo giornalista o del singolo giornale. Ha delle regole, delle strutture, un modo di trovare, interpretare e fornire un’informazione che non può esser sostituito dal social di turno. Il problema sorge se si pensa che siano la stessa cosa. Poi quello che succede è che hai una diffusione d’informazioni finte, false, parziali, pregiudizi, cose non verificate. Il giornalismo resta secondo me una professione ancora più attuale e ancora più urgente, di fronte a contenuti senza controllo.

Sarà quindi necessaria la figura del corrispondente estero?

Sì, resterà importante la figura del giornalista con radici nella realtà di quello che copre. Ci vuole la capacità di essere sul posto e di ricercare le informazioni di cui si ha bisogno, di strutturarle, di avere le fonti dirette e non semplicemente riprendendo cose di seconda mano.

Quale aspetto le piace di più del giornalismo all’estero?

Confrontarmi con realtà diverse da quella italiana: lo trovo e l’ho trovato molto interessante e stimolante.

Amedeo Gasparini