mercoledì 1 novembre 2017

Carattere, curiosità e senso etico. Cioè l’indipendenza

- Intervista a Stefano Vaccara -

Stefano, come mai ha deciso di venire negli USA?

Sono venuto negli USA per fare un Master, ma ancora prima, mentre studiavo Relazioni Internazionali, intervistavo esperti ed ambasciatori e poi vendevo le interviste nei giornali. All’epoca era Il Giornale di Montanelli che mi accoglieva: mi piacque troppo il giornalismo e così trovai lavoro ad America Oggi e, dopo aver lavorato a Boston, mi trasferii a New York, dove c’era il grande Ugo Stille del Corriere. A lui mandai i miei articoli per farmi consigliare: “cosa devo fare? Devo continuare a scrivere? Posso fare il giornalista?” E lui: “ti consiglio di rimanere qua, perché in Italia è difficile, complicato, burocratico. Se vuoi fare il giornalismo libero devi restare qui.”

Cosa potevano e cosa possono offrire di più gli USA in confronto all’Europa e all’Italia?

Il giornalismo – quello mainstream – dev’essere un giornalismo che dà bastonate a tutti a prescindere. Non è un giornalismo militante: è un giornalismo che deve guardare al potere per controllarlo. Questo era il giornalismo americano di una volta. All’epoca in Italia era esattamente il contrario: c’era un giornalismo militante. Gli USA offrivano indipendenza: fare il giornalismo significava non essere schierati. Gli USA avevano un giornalismo credibile: non importava se al governo c’erano i Democratici o i Repubblicani, perché si trattava chi era al potere in maniera uguale. Oggi, invece si è schierato …

Cosa ne pensi dei “siti non free”, tipicamente americani?

Lo fanno i grandi giornali che hanno veramente molta credibilità: però con difficoltà. L’elezione di Trump è stato un bene per il giornalismo americano perché lo ha resuscitato dalla tomba. Oggi il giornalismo americano si può giocare ancora le carte: visto che di credibilità ne aveva persa molta, ora sta cercando di riacquistarla. Ci riuscirà? È troppo tardi? Questo è il grande punto interrogativo.
Come vedi il fenomeno del citizen journalism e dei freelance?

Qui è sempre stato un lavoro dignitosissimo che si fa e si può continuare a fare. Qui ad esempio ci sono delle agenzie alle quali tu affidi i tuoi articoli e loro li vendono a tanti giornali. Quindi sì, sei freelance, ma Internet ha messo in difficoltà anche gli USA. C’è da dire però che il freelance è più rispettato in confronto all’Italia.

Come nasce La Voce di New York?

Dall’idea di fare un giornale in lingua italiana sulla realtà americana. Sul sito abbiamo scritto: “protetto dal Primo Emendamento della Costituzione degli USA”. Il giornalismo americano perde credibilità e riceve molte critiche, ma gli USA rimangono il paese in cui la stampa è la più protetta del mondo. Poi, che i giornalisti e i giornali non facciano il loro compito è un’altra questione, ma che la struttura e il sistema per fare giornalismo è ideale, è dovuto al Primo Emendamento. Tra i due mali (cattivo giornalismo che pubblica notizie scorrette e una politica che vuole minacciare la libera stampa) è meno peggio la prima. Negli USA è impossibile querelare un giornale: devi dimostrare la malizia. È impossibile. La Voce vuole essere una voce italiana a New York per diffondere un tipo di giornalismo (col Primo Emendamento) che garantisce la libertà di stampa a chi si trova nel mondo. Questa è libera informazione, non minacciata dai politici.

In futuro sarà essenziale il corrispondente estero?

Per i giornali seri sì. Il fatto che un corrispondente viva all’estero, frequenti quell’ambiente e ottenga informazioni che non avrebbe attraverso Skype, è importante. Il corrispondente è essenziale per capire un paese.

Tu sei laureato in Storia: quali sono gli sbocchi giornalistici che questa laurea può offrire?

Nel mio caso la laurea non solo mi ha dato ancora più cultura generale, ma mi ha insegnato come si spulciano gli archivi, come si trova un documento. Io non dico: “no, tu ragazzo che esci dalla scuola professionale non puoi fare il giornalista.” Prima di tutto ci vuole il carattere: la curiosità e il senso etico della professione, cioè l’indipendenza. Se un giovane vuole intraprendere questa professione, deve avere questi elementi nel carattere: curiosità e voglia di sapere di più di quello che gli viene dato. Ce l’hanno i giovani oggi? Boh …

Stefano, un’ultima domanda: chi è la tua guida a livello giornalistico?

Io non guardo al singolo giornalista: guardo al sistema. Il giornalismo americano resta – a livello d’impalcatura giuridica – un esempio per il mondo. Poi, che il giornalismo americano non faccia il suo dovere, è dovuto a interessi economici e al fatto che i giornalisti non fanno più il loro mestiere. Il campo per farlo però è perfetto.

Amedeo Gasparini