sabato 1 aprile 2017

Il “ticinese” Arturo ventidue anni dopo


Un carattere schivo, talvolta ombroso: lontano dagli sguardi pressanti dei sui estimatori accumulati nei suoi decenni d’arte. Arturo Benedetti Michelangeli – simbolo dell’immenso panorama musicale italiano, ma pure pietra miliare lustrata della realtà elvetica – ci ha lasciati quasi ventidue anni fa: una gemma preziosa per il piccolo Ticino, regione culturalmente vicina alla musica.

Con il capello corvino ed il classico completo e dolcevita di ugual colore; allievo metaforico del grande compositore polacco Friedrich Chopin, raffinato interprete dei grandi maestri nell’età moderna, si è fatto più volte promotore di una certa sacralità inviolabile della musica, l’arte suprema (“un’intima colata di umano e di divino” avrebbe detto Mario Luzi in riferimento alla contrapposta poesia). Benedetti Michelangeli definiva la stessa come “un diritto, ma soltanto per colui che la merita” ricordando che “essere un pianista e un musicista, non è una professione. È una filosofia, una concezione di vita che non può basarsi né sulle buone intenzioni, né sul talento naturale. Bisogna avere prima di tutto uno spirito di sacrificio inimmaginabile.”

E Fernanda Pivano, estimatrice di Fabrizio De André – a sua volta estimatore di Luzi – ricordava con commozione il maestro: “La sua realtà era Listz o forse era Chopin o forse era Debussy chi lo sa qual era la sua realtà, ciascuno aveva una sua realtà, una realtà di Arturo Benedetti Michelangeli, una realtà che scaturiva dagli occhi chiusi, che filtrava dal mistero dell’anima, che sgorgava dalle promesse del cuore. Forse erano queste le sue realtà, irreali come i sogni della sua anima, come piogge di stelle, come ombre azzurre di nuvole; un artista così può vivere solo di sogni, può credere solo alla sua anima.”

Sempre nell’ambito musicale, un altro grande apprezzatore del musicista italiano è Franco Battiato, il quale gli dedicò un breve – ma intenso, affascinante e trascendente pezzo musicale in “Mesopotamia” nell’album “Giubbe Rosse” del 1989: “Che cosa resterà di me? Del transito terrestre? / Di tutte le impressioni che ho avuto in questa vita? / Mi piacciono le scelte radicali / la morte consapevole che si autoimpose Socrate / e la scomparsa misteriosa e unica di Majorana / la vita cinica ed interessante di Landolfi / opposto ma vicino a un monaco birmano / o la misantropia celeste in Benedetti Michelangeli.” Lo stesso cantautore siciliano – anche lui insignito del titolo del “Maestro” – lo ricordava così. “Arturo Benedetti Michelangeli ha parlato a tre anni, eppure era un genio”: l’anziano ex assessore siculo faceva forse riferimento ai quei famosi tre anni in cui il futuro maestro iniziò a studiare (al) pianoforte, dietro profondo incitamento dei genitori, entrambi grandi appassionati di musica.

Durante la sua tournée nella piazza finanziaria svizzera, il 6 ottobre 1986 Benedetti Michelangeli dettò le sue ultime volontà nove anni prima del grande addio: “non dovrà esserci funerale pubblico, desidero che la mia salma sia benedetta da un religioso, essere sepolto in una cassa semplice, nella nuda terra con una sola croce, senza lapidi, a Pura.” Ed è proprio a Zurigo che, dal racconto di un mio ex professore di fisica, “il sommo dei sommi” si rifiutò di suonare: l’umidità di una giornata grigia aveva intaccato la meraviglia degli strumenti, non consentendo – a detta dell’artista – un adeguato suono melodico. E quindi un episodio isterico ed insolito di questo maestro: l’abbandono della sala tra gli scontenti di pubblico poc’anzi eccitato. Estremista per quello che riguardava la divinità dei suoi pezzi, riservato e scostato dalla calca della stampa pressante, Benedetti Michelangeli soleva dire: “la perfezione è una parola che ancora non comprendo. La perfezione è un limite, un circolo chiuso. L’evoluzione è qualcos’altro. Ma la cosa più importante è il rispetto per l’autore”. E se sono ventidue anni dalla morte del marito, è solo da due anni che Giuliana Guidetti – l’innamorata custode dei segreti armonici del maestro – è scomparsa all’età di 95 anni. Sposata nel ‘43 con il magico artista ed esecutore chiave del Novecento, fece della discrezione lo stile di una vita.

Una musica vellutata e meravigliosa quella di Benedetti Michelangeli: tournée infinite in tutto il mondo, in contrapposizione al piccolo villaggio svizzero ove cercava intimità e solitudine. Cordiale amico dei compaesani di Pura (dove secondo le volontà del medesimo è sepolto), duro e secco quando indossava il frac e poggiava le dita sul meraviglioso pianoforte.

Interessante e commuovente la descrizione del maestro fatta da Armando Torno in occasione del quinto anno dalla scomparsa di Benedetti Michelangeli: “Puntualizzava, levigava, si tormentava per dettagli di cui nessuno si era […] accorto. Costruiva per le anime qualcosa che sottraeva al silenzio delle altre letture. E a questo scopo rifiutò tutte le concezioni banali del mondo, distaccandosi dalle risate inutili e vuote di ogni mondanità, eliminando il superfluo, vivendo come un mistico che si reca al pianoforte per le sue visioni e designa la tastiera quale altare delle sue offerte.”