mercoledì 1 marzo 2017

La grande bugia storica


“Esistono cinque categorie di bugie; la bugia semplice, le previsioni del tempo, la statistica, la bugia diplomatica e il comunicato ufficiale.” Con questo breve aforisma, il premio Nobel per la Letteratura George Bernard Shaw altera e smentisce diversi capisaldi che caratterizzano la recente Storia dell’uomo, mettendo a nudo e screditando l’ipocrisia del “comunicato ufficiale”, denunciando il politicamente corretto della “bugia diplomatica”, contestando le variabilità aleatorie delle previsioni metereologiche. Ad oltre sessanta cinque anni dalla sua morte, le sue parole sono più attuali che mai: in un momento storico in cui predomina la crisi d’identità dell’individuo e la sua lunga permanenza all’interno di un mondo di post-truth o post-verità – tanto per citare un vocabolo molto di moda in questi tempi – è utile tentare di fare chiarezza. E per tracciare limpide ed ineccepibili analisi e deliberare sui vari casi della vita, è necessario scacciare la bugia.

Come diceva lo scrittore e giornalista novecentesco Gianni Rodari, “nel paese della bugia, la verità è una malattia”, ma per governare abilmente il paese della verità, è forse necessaria qualche fandonia. E questo la Storia lo insegna molto bene: con la menzogna possiamo creare infiniti “binomi”. Bugia in funzione della gloria eterna, bugia in funzione della notorietà, bugia in funzione della ricchezza, bugia in funzione della libertà ed infine – molto comune in questi ultimi anni – la bugia in funzione del potere e dell’appagamento personale.

Ulisse, l’ingannatore della morte, “uomo dal multiforme ingegno” – come scrisse il suo presunto autore Omero –, il machiavellico “simulatore e dissimulatore”, noto spesso anche come “Odisseo” (che tradotto letteralmente vuol dire “odiato dai nemici”), il furbo inventore della più astuta e mitica menzogna – il Cavallo di Troia –, il mitologico eroe acheo nato ad Itaca, combattente ad Ilio, in Anatolia: con abili mosse, falsità e inganni, è sempre riuscito a superare le asperità della vita. Tanto è vero che il sommo Alighieri l’ha posto nell’Ade con i fraudolenti.

La Papessa Giovanna, l’unica femmina eletta papa (o meglio, “papessa”), destinata a regnare e imperare sul soglio di Pietro. Intenditrice del travestimento e l’arte dell’inganno meschino, in circostanze ancora oggi non del tutto certe – tanto che si dice che il tutto sia una menzogna atta a gettar discredito sulla Cristianità dell’epoca – scala l’opprimente casta clericale per diventare Pontefice nel 853. Camuffata mediante i sontuosi abiti da Santo Padre, indottrina lo stato maggiore della Chiesa dandosi parvenze del tutto virili. Scoperta nell’inganno a causa di una gravidanza evidentemente non voluta, è trascinata per Roma da un palafreno ed in seguito lapidata a morte.

E a proposito di crisi mistiche e religiose, tra realtà e finzione, è proprio nell’Inferno di Dante – più precisamente nel Canto Trentesimo, decima bolgia dell’ottavo cerchio – che i falsari sono condannati e puniti per l’eternità. Gianni Schicchi – che in vita s’è finto il defunto Buoso Donati il Vecchio per ottenere favori dal suo testamento – e Mirra – che si finge a sua volta un’altra dama per intrattenere una relazione amorosa ed incestuosa col padre – sono i condannati davanti ai quali il capostipite della Letteratura Italiana e il poeta dell’Eneide osservano un’eterogenea miseria umana tra le fiamme del Tartaro.

L’aforista, scrittore e docente americano Samuel Langhorne Clemens è solito dire che “una bugia fa in tempo a viaggiare per mezzo mondo mentre la verità si sta ancora mettendo le scarpe.” E inoltre, “una delle più vistose differenze tra un gatto e una bugia è che il gatto ha solo nove vite.” Il suo Huckleberry Finn è un giovane ragazzo sfacciato, spavaldo e curioso che, con un’ingegnosa e scaltra mossa, riesce a simulare un suicidio nel fiume per scappare dal padre ubriaco e violento ed infine – sempre sotto spoglie e intenzioni mendaci – si traveste da femmina per rientrare in società. Anche qui, dunque, un travestimento, una frottola, un falso prodotto della realtà.

Il grande regista, spregiudicato illusionista, vulcanico ed eccentrico protagonista del lungometraggio americano, narratore della realtà e della finzione – Orson Welles – nato 102 anni fa il 6 maggio, è ricordato nella “Rivista del Cinematografo” detentore fisico de “la bellezza dell’inganno”, colui che, come ricorda il giornalista Gianluca Arnone, “spinge l’arte della menzogna là dove non c’è ritorno, liquidando una volta per tutte l’annosa questione del referente e dell’originale in luogo di un’autonomia creativa totale.”

“Chi sono i bugiardi? Per cominciare, sono certamente i politici e i partiti. D’accordo, non tutti politici e non tutti i partiti mentono e anche la quantità di bugie spacciate non è uguale per tutti. Però il sistema partitico è considerato dai cittadini un sistema generalmente bugiardo. Bugiardo persino nei confronti di se stessi.” È con queste lapidarie parole che comincia il libro I Bugiardi di Giampaolo Pansa, edito nel 1992. E mentre siamo nel venticinquesimo dall’inizio dell’Inchiesta Mani Pulite – l’Inchiesta che sconvolge l’Italia e spazza via larga fetta del corpo politico nella prima metà degli anni Novanta del secolo scorso – è naturale chiedersi quanto siano attuali le parole dell’autorevole giornalista di cui sopra. È inutile #staresereni: la bugia va a braccetto con il sistema della politica. E forse un politico non dispone di lauta sudditanza, di un paziente ed affamato pubblico che lo ascolta? Certo che sì: è solo grazie a quella folla che la bugia può penetrare nella società.

La bugia era ed è uno strumento per regolarsi in funzione degli scopi da raggiungere. La bugia è sempre in funzione di qualche cosa. La bugia infatti – come uno degli autori dei Patti di Versailles del 1918 – che hanno consentito in parte l’ascesa di colui che più volte disse: “le masse sono abbagliate più facilmente da una grande bugia, che da una piccola” – ed ex Primo Ministro francese, George Clemenceau, “non si dicono mai tante bugie quante se ne dicono prima delle elezioni, durante una guerra e dopo la caccia.”

Amedeo Gasparini