domenica 1 gennaio 2017

Non solo (w)ebeti: la lezione di Joe


Joe, 17 anni, bizzarro e insolito studente liceale ticinese, appassionato di cinema, poco sportivo. Una vita come tante: la vita del ragazzo moderno; giovane avvinto dalla fatale macchina che ha cambiato la vita di tutti noi. Quello smartphone eccelso rivelatore di mondi lontanissimi e inaccessibili segreti; strumento che ha modificato i costumi e con essi le nostre abitudini per sempre. Apparecchio che si può rivelare la più grande – e attuale – fonte di conoscenza e sapere, così come il più nefando ed esecrabile strumento: la famosa “arma di distrazione/distruzione di massa” che opera grazie a Internet. Pseudonimo di un ragazzo in parte “carnefice” e “vittima” in due episodi del triste fenomeno del cyberbullismo tra giovani e studenti, Joe decide di raccontarmi singolari vicende di cui è stato (co)protagonista. La premessa per un racconto sincero e quanto più onesto e veritiero, le formula lo stesso intervistato: “Sii delicato con le informazioni che ti do.”


Joe era amico di Gaia, coetanea con la quale aveva stretto un’intensa amicizia. Fino a quando, in un momento particolarmente buio della sua vita adolescenziale, la ragazza decise di “postare” su Instagram foto particolari; “in bianco e nero, dal significato allarmante e spaventoso.” Affezionato all’amica, Joe decise d’intervenire, ma la risposta fu secca: Gaia non voleva che nessuno si permettesse d’interferire nella sua personalissima politica di “postaggio fotografico” sul web. Preoccupato dall’attitudine malinconica e fragile, Joe voleva aiutare la ragazza, fino – tuttavia – ad arrivare al paradosso del suo contrario: l’attacco gratuito verso la sua persona. Una personalità sensibile, emotiva – e come tale, delicata –. La controreazione di Joe al “lasciami in pace” di Gaia, fu un attacco “meschino” e ancora “inspiegabile.” Le foto della ragazza “andavano cancellate”, secondo Joe, alimentato pure dai di lei “piccoli atteggiamenti che nell’amicizia non davano fastidio, ma che saltano fuori nei momenti di divergenza.” Impaurita e ferita, tormentata e stremata, Gaia ebbe il coraggio di confidarsi con i suoi genitori, i quali presero immediatamente contromisure nei confronti della spiacevole situazione. Pentito e amareggiato, Joe confessò: “ho sbagliato. Ho usato il mio parametro di sopportazione per una persona che ce l’aveva più basso.” “Non sono scusabile” perché “leggendo i messaggi, era visibile la mia cattiveria.” Messaggi che riletti a “mente fredda” e “fuori dal momento di litigio” avrebbero fatto vergognare chiunque. Quanto turbava Joe in tempi più recenti era un’ipotesi – non lontana da casi affini e concreti – di un’eventuale “estrema soluzione” da parte di Gaia (si ricorda che il 10% delle vittime di bullismo dice che ha pensato al suicidio). Joe pensava di aver ragione, “nel fervore della battaglia retorica” – eristica – “si dimenticano i principi sani” della cosiddetta “buona educazione.” La battaglia verbale e l’ideologia sono più forti.


Joe mi racconta un secondo episodio personale. Approdato in un popolare social network, conobbe una sua coetanea, Magda: perpetuatrice, tra l’altro, di “foto a dir poco attizzanti”. “Una chat occasionale” trascese nella sfera sentimentale, tanto che la provocazione della ragazza meneghina arriva fino all’invio a Joe di intimo materiale fotografico sessuale: una galleria di immagini di privata lussuria in forma di bits di smartphone. Forse, inviando la sua foto ad uno “sconosciuto anonimo indistinto ragazzo del web”, la ragazza voleva essere “apprezzata e sentirsi appagante”, visto “il passato torbido, il comportamento pessimo, la leggerezza e la superficialità” che mostrava. Una sera, arrivarono via SMS a Joe le molestie di Lucas – ex compagno di Magda, “piccolo soggetto di bassa lega, cialtrone, personaggetto di nullo spessore, omino patetico, bulletto minaccioso”: la richiesta è l’invio di materiale pornografico di Magda inteso a sfogare le sue necessità onanistiche. Joe intervenne “innocentemente” e “ingenuamente” nella diatriba tra “ex-fidanzati”, chiedendo a Lucas di “smettere d’importunare” con richieste e minacce violente lui e Magda. Lo spaccone non ci sta e “torna alla riscossa”, rinnovando la richiesta – o meglio, “l’ordine” – di fornitura di materiale pornografico: Joe avrebbe dovuto “accelerare la decisione di Magda, nell’inviare le foto richieste”, altrimenti, in caso contrario, ci sarebbero stata un’operazione di hacking. In vista di una non collaborazione da parte di Joe, Lucas giocò la carta della dissimulazione: “si finse un pedofilo cinquantenne” e minacciò nuovamente Joe. Il quale – spaventato – comunicò il ricatto ai genitori: sua madre fece sapere a Lucas che sarebbe andata in polizia. E il genitore scese in campo: “quel genitore fuori dalle quisquilie giovanili” che contattò “l’esperto di crimini cybernetici”, il quale “disse che non è conveniente agire legalmente.” Nonostante “la situazione fosse grave”, il tutto cadde, ma Joe non ebbe più minacce da Lucas, “impaurito da” eventuali “azioni legali.”


In ambedue i racconti, l’intervento dei genitori ha sanato da una parte un infausto caso di bullismo scolastico e dall’altra un – perseguibile – ricatto di bulletto. Quale lezione Joe abbia tratto da questi spiacevoli episodi, è che nonostante la sua predisposizione all’atteggiamento “del buon samaritano”, “appena aiuti qualcuno, e vedi che costui si ripresenta in seguito, non pensar mai che sia venuto in tuo soccorso, quanto – piuttosto – per far soccorrere (di nuovo) sé stesso.” Con riferimento al secondo caso, “l’aiutare Magda è stato fatto anche per tentare di redimersi e farsi perdonare per quanto fatto precedentemente a Gaia.” Il senso di onnipotenza dovuto dallo smartphone, era ben percepito da Joe (?) Quel “sapere è potere” è amplificato alla massima potenza grazie alle nuove tecnologie: forse un motivo in più per non demolire le persone via web.


Quanto di più inspiegabile, è il fatto che “i genitori rimangono all’oscuro”: il cyberbullismo si sviluppa nelle categorie di persone che si stanno progressivamente emancipando dal vincolo parentale: i giovani. Andare a chiedere a mamma e papà un consiglio o raccontare un proprio disagio, è meno utile della richiesta di soluzione al docente durante l’esame in corso. Si tende quindi ad isolarsi in se stessi, con il solo effetto di essere inermi e impotenti di fronte alla pericolose azioni offensive, denigratorie, vessatorie dei cyber-molestatori. Tali canaglie agiscono in branco o da soli: spesso “mercenari” che frantumano, rubano, alterano, diffondono la privacy altrui. Una vera e propria missione, quella del bullo: ricatti, delazioni, molestie, pressioni, vendette per ottenere quanto bramato. O soldi, o fotografie oppure anche la semplice sofferenza del terzo, fonte di piacere che lenisce – forse – un’insanabile frustrazione personale. Ma spesso le loro vittime non reagiscono: percepiscono però che è un attimo vedere la propria reputazione danneggiata, infangata, distrutta. La propria storia macchiata, infestata dall’alone dell’odierna onta suprema: la perdita dell’identità e dignità; o meglio, la perdita della Face dal book del web.