martedì 1 novembre 2016

All’USIoni sessuali: faccia a faccia con Serena


Decido di approcciare un mondo nuovo: un mondo che non conoscevo; un mondo vittima (o artefice?) di pregiudizi coperti da ipocrisia dilagante. Un mondo complesso, non facile che voglio approfondire a partire dagli occhi dello studente universitario. È lunedì. Sono le 12:50. Entro nel bar Oceano (notissima casa di appuntamenti visibile dall’autostrada nella sua maestosa pittura color arancio) e incontro – pochi minuti dopo – Serena (evidentemente uno pseudonimo). Con lei vorrei parlare della sua vita, della sua scelta, del suo mondo; sfatando possibilmente i soliti preconcetti e offrire una visione d’insieme integrale e onesta.

Al piano di sotto (nel cuore del night scuro anche di giorno, ricco di specchi e velluto rosso passionale, tavolini e poltroncine di pelle nera, il bancone) ci sediamo e iniziamo la nostra intervista dopo una piacevole presentazione.

Serena è rumena, è giovane. Semplicemente bella, bionda, occhi marroni intensi e penetranti (ulteriore aggettivazione sarebbe scontata). Del suo passato so (e mi ha detto) poco. L’essenziale per il nostro colloquio. Terminato il liceo (nell’ambito del turismo), ha intrapreso il cosiddetto mestiere a luci rosse in giovane età. E come è arrivata a questa scelta? Semplicemente (ma del resto un classico), è stata il frutto del consiglio di un’amica che già lo faceva. Si guadagnava tanto, non sembrava male. E chi resiste a certe somme?

È approdata in Svizzera da un anno e quando parla del suo mestiere (in un italiano praticamente perfetto) lo interpone tra virgolette. Non lo ritiene un lavoro “normale” (parole sue), tanto è vero che i suoi genitori (a casa, in Romania) la credono in Italia ad occuparsi, per l’appunto, di turismo. Non sospettano minimamente – così come gli amici più stretti – che invece si trova nel cuore elvetico, all’Oceano. Potremmo dire che è in incognito. Entriamo dunque nel vivo della conversazione. Di rimpianti Serena non ne ha. Sa benissimo che questo lavoro non sarà eterno. Il tempo scorre per tutti (forse non allo stesso modo, ma con gli stessi risultati). E parlando di tempo, quello impiegato per quella che lei definisce apertamente “scopata”, è quantificato in guadagni superiori ai cento franchi. Di nuovo, belle cifre. Ed è per questo che è qui. È arrivata in una delle case di appuntamento più note del liberale Ticino perché – “fortunatamente” – una persona (non ha specificato se femmina o maschio) l’ha “aiutata” a calarsi nell’ambiente Una persona “buona” che ha in qualche modo ha agevolato il percorso di Serena (a differenza delle colleghe esposte sul marciapiede di Viale Certosa o Parco Ravizza o Monumentale, a settanta chilometri a Sud).

Come mi ha detto il gerente del locale (con il quale mi sono accordato per l’intervista) le ragazze sono vere e proprie dipendenti: e Serena infatti non si sente sfruttata in questo locale. Un locale dove c’è tutto: sicurezza e sorveglianza – in primis – sono elementi essenziali per l’incolumità delle ragazze e la garanzia dei clienti. Clienti (tra cui diverse decine di giovani) che vengono qui, al night, a partecipare al “gioco”. E dai “giochi” (o forse sarebbe meglio dire “giocattoli”) i bimbi-giovani passano al drink e al rapporto del locale notturno. Sono parecchi (“davvero tanti”) che, allo scoccare del Diciottesimo invitano i colleghi al #Party18, qui, nell’oceano del piacere.

Diciamolo però senza infingimenti: il denaro (tanto) che Serena guadagna, ha naturalmente un prezzo. Il mestiere di lucciola “non è bello.” E di questo “lavoro” (ribadendo le virgolette) ne parla anche con i clienti: persone umane alla ricerca innanzitutto di compagnia. Il cliente è di due tipi: occasionale o abitudinario; e Serena ne ha di tutti e due i tipi. Prima di arrivare al dunque, il rapporto e il calore umano è fondamentale: non solo uomini soli, ma anche padri di famiglia e gente insospettabile. Gente che, quando è vista “sul Lungolago” da Serena o da altre sue colleghe, tira avanti. “Sì, li trovi”, ma tuttavia “non pensi nulla.” Sotto sotto però (e Serena lo ammette senza problemi) l’habitué vuole il sesso. Al di là della vera e propria “funzione sociale” e del fatto che molti hanno bisogno di queste ragazze, è pur vero che è capitato anche che “si è solo parlato” nel locale scuro del piano sub, ma nella stragrande maggioranza dei casi il tutto finisce al piano superiore. D’altra parte, non si può escludere l’inizio di una relazione, perché “è già successo.” È un classico.

Così come il cliente fugge dal dualismo famiglia-lavoro non solo per appagamento e gratificazione meramente sessuale, Serena e le sue compagne fanno valere la loro vera e proprio “seconda vita”. Sì, perché le vite sono due: la real life e poi l’altra (quella che impone una seconda SIM dello smartphone). Smartphone e tanto altro: la vita delle ragazze dell’Oceano non è sempre e solo sul posto di lavoro. La stanza per le quali pagano l’affitto, sono vuote per diverse ore del giorno: shopping e relax sono le altre (e principali) attività. Attività umane, tipiche, note a tutti. E così come Serena non giudica i suoi clienti, anche lei non vorrebbe essere giudicata: banalmente (ma si tratta di un fatto essenziale) “ognuno ha la sua vita.” E la vita va avanti.

Oggi Serena sta bene, ma non desidera approfondire quanto le manca: “la depressione potrebbe invadermi”. E il futuro non è tuttavia del tutto incerto: dopo il gruzzolo accumulato con la professione, vorrebbe aprire un’agenzia di turismo. Ritornerebbe indietro a fare tesoro degli studi liceali. E nel ritorno al passato (ma in previsione di un futuro certo) col sorriso di rassegnazione ammette che il sesso non cesserà mai di essere un tabù. Neanche nel mondo dei cosiddetti “dei giovani.”

Così come l’intervista esisterà sempre (come forma di cerniera tra potere e popolo, alto e basso), finché esiste il sesso, esisterà la professione.

Amedeo Gasparini